giovedì 10 febbraio 2011
sabato 7 novembre 2009
Scudo fiscale e frontalieri
Atto Camera
lunedì 26 ottobre 2009, seduta n.238
per l'ennesima volta, le lavoratrici ed i lavoratori frontalieri in Svizzera, si trovano coinvolti in problematiche che rendono sempre più precario e difficile lo svolgimento della loro attività lavorativa all'estero;
ci si riferisce alla concreta applicazione del cosiddetto «scudo fiscale»: voci sempre più insistenti (pur se non ufficiali) sostengono che anch'essi debbano ottemperare alle disposizioni del «monitoraggio fiscale» e dello stesso «scudo»;
la sensazione diffusa è da un lato che non sia stata adeguatamente considerata la loro fattispecie ma più ancora che le lavoratrici e i lavoratori frontalieri italiani siano da taluni considerati alla stessa stregua di chi ha esportato illegalmente capitali verso l'estero;
non va dimenticato che essi in realtà contribuiscono ad incrementare la ricchezza nazionale dell'Italia, sia con le rimesse derivate dai guadagni realizzati nel Paese in cui lavorano, sia attraverso i ristorni fiscali ai comuni di residenza così come previsto dall'Accordo italo-elvetico risalente al 1974;
recenti notizie di stampa in Canton Ticino testimoniano di un clima esacerbato verso l'Italia e di riflesso anche verso i frontalieri e parlano anche di propositi di reazioni contro l'Italia per modificare l'Accordo sui ristorni;
va pure segnalato che i frontalieri sono «obbligati» all'apertura di un conto corrente bancario in Svizzera richiesto loro dai datori di lavoro per il versamento della retribuzione che loro spetta -:
se il Ministro interrogato intenda, con la massima urgenza, chiarire quali siano gli intendimenti dell'amministrazione finanziaria nei confronti dei lavoratori frontalieri italiani in Svizzera e se si ritenga di riconoscere anche ad essi - come già accaduto per altri contribuenti italiani, quali i cittadini di Campione d'Italia e coloro che lavorano presso organismi comunitari, l'esonero sia dallo scudo che dal monitoraggio fiscale. (4-04697)
martedì 27 ottobre 2009
Comunicato stampa relativo alle dichiarazioni del sindaco di Samolaco
Apprendiamo che il sindaco di Samolaco, Elena Ciapusci, si è rifiutata di distribuire copie della Costituzione della Repubblica Italiana ai neomaggiorenni, poiché ritiene che rischierebbero “di finire in qualche cassetto”. Tale posizione è a dir poco riprovevole, soprattutto da una rappresentante istituzionale, che indossa la fascia tricolore, simbolo dell’Unità d’Italia, eletta grazie proprio a quei princìpi e valori sanciti dalla nostra Costituzione.
La consegna ai neomaggiorenni – persone che hanno votato per la prima volta quest’anno, o che voteranno per la prima volta nel 2010 – è di fondamentale importanza, poiché comprenderebbero non solo quali cariche potranno eleggere e il loro valore, ma anche i propri diritti e doveri di fronte al loro Paese e alla società.
La Carta non è qualcosa che ci si “merita”, ma sancisce i valori, i diritti e doveri ed è alla base dell’ordinamento giuridico. Rammentiamo che la Costituzione è il risultato della riconquista della democrazia nel nostro paese: coloro che hanno combattuto per la libertà, così come la Costituente che l’ha scritta, non pensavano al merito degli individui, bensì alla giustizia politica, economica e sociale di tutti.
Partire dal presupposto che i diciottenni di Samolaco non leggeranno la Costituzione equivale a togliere loro uno strumento di educazione civica, nonché il diritto di scelta di leggerla: in fondo, è più accessibile una copia in un cassetto, che non cento in uno scatolone abbandonato in qualche scantinato del municipio.
Fabio Lombardini
Sostituto Coordinatore del Circolo PD della Valchiavenna; e
Componente della segreteria provinciale dei Giovani Democratici.
domenica 8 marzo 2009
Il mio 8 marzo
Paradossale. A fronte della criminale manipolazione mediatica e politica rispetto al tema della violenza operata da quegli irresponsabili che ci governano e dal mondo del giornalismo dovrei essere portata a credere che quest'anno, più che mai, l'8 marzo dovrebbe essere importante.
Paradossale perchè conosco la portata storica e simbolica di questo giorno.
Paradossale perchè so che rappresenta un'occasione per sensibilizzare, parlare, discutere.
Paradossale perchè ho la piena consapevolezza di quanto ci sia ancora e più che mai un gran bisogno del nostro 8 marzo.
Paradossale? A pensarci bene non troppo.
Da quando lavoro all'interno di un progetto di ricerca europeo sulla valutazione comparata delle politiche di genere e di pari opportunità mi ritrovo quotidianamente a leggere documenti, leggi, decreti, articoli e libri sulla questione. Leggo le bestialità che escono dalla bocca e dalla penna della Carfagna (o di chi scrive per lei perchè dubito che sia in grado), salvo statistiche che parlano di un'Italia misogina, escludente, razzista, patriarcale e teocratica. Inorridisco. Quotidianamente. Non che prima non prestassi attenzione a tutto ciò. Anzi. In fondo non ho fatto altro che cercare di far sì che la mia 'passione politica' più sentita diventasse il mio lavoro.
Eppure mi accorgo che qualcosa è cambiato. Che oggi mentre su fb iniziano a girare le mimose digitali, gli auguri etc., le domande che mi faccio sono altre rispetto ad anni fa. E' la festa della donna e io, come tante altre (vedi Assunta Sarlo) mi chiedo:
DOVE SONO GLI UOMINI?
Dove sono le coscienze politiche, civiche ed emotive di tutti e di tutte?
Pensandoci mi accorgo che non ho voglia nè di andare a mangiare la pizza con le amiche, nè di uscire solo tra donne, nemmeno di andare alle manifestazioni (anche se poi so già che ci andrò).
Perchè vorrei che l'8 marzo fosse tutto l'anno.
Perchè vorrei che fosse la festa di tutti e tutte coloro che si sentono stretti in costruzioni simboliche e sociali basate sulla prevaricazione, sulla rigidità di ruoli malsani e costrittivi.
Affinchè le cose cambino allora il mio piccolo ma accorato appello va soprattutto agli uomini.
Non fateci gli auguri.
Non regalateci le mimose.
Guardatevi dentro come uomini.
Scavate nella vostra storia come noi abbiamo dovuto fare per uscire dall'oblio, dall'oblio nel quale chi è venuto prima di voi ci ha rinchiuse e nel quale, ancora troppi, ci vorrebbero.
Chiedetevi cosa vuol dire essere uomo. Cosa vuol dire per voi e non per chi ha già stabilito come dovreste essere.
Siate con noi, ascoltateci e mettevi in discussione oggi, domani, tra una settimana, un mese e un anno.
Le cose cambieranno solo se cambieremo insieme: uomini, donne...chiunque creda nella parola e non nelle 'mani', nell'ascolto e non nelle grida.
Solo così sconfiggeremo la violenza.
Solo così saremo tutt* un pò più liberi.