Che in Italia tiri un’aria di sconforto e rassegnazione, che sia diffuso un giudizio di declino economico e civile, che l’orgoglio nazionale — in media non molto elevato nel nostro Paese — sia da tempo in una fase di forte calo, è un’impressione che Ernesto Galli della Loggia ed io condividiamo.
Non so però se sia giusto stabilire un legame tra questa impressione e la crescente frequenza di ragazzi appartenenti a ceti sociali elevati in scuole medie straniere, in Italia o direttamente all’estero («Gli espatriati della scuola», Corriere del 9 ottobre). Per affermarlo mancano indagini sul fenomeno e mancano studi che lo connettano alla crescente percezione dei genitori — sono loro che scelgono le scuole — che il nostro sia un Paese in crisi, al disinteresse per l’arte, la storia, la letteratura italiane, alla convinzione che il futuro, per l’Italia, sia molto oscuro.
Da tempo Galli della Loggia esprime una preoccupazione che condivido per il declino del senso di identità nazionale: ma è il fenomeno dell’iscrizione a scuole straniere conseguenza di questo declino o è dovuto a cause più concrete e operanti anche in altri Paesi? Impressione per impressione, la mia è che sia la caduta di qualità della scuola pubblica la principale causa del fenomeno che Galli della Loggia lamenta e l’intervista ad Andrea Guerra, amministratore delegato di Luxottica, pubblicata domenica scorsa, la conferma: l’iscrizione a scuole straniere è soprattutto la manifestazione di una strategia di ricerca della qualità, di alternative alla scuola pubblica, da parte delle famiglie che se lo possono permettere. Una manifestazione analoga all’iscrizione in buone scuole private, italiane, non straniere. In un contesto di declino della qualità ben più grave del nostro, questo è il motivo che ha condotto, negli Stati Uniti, a una radicale separazione, a un vero e proprio apartheid, tra un sistema scolastico pubblico, di massa e degradato, e un sistema di scuole private (e di poche scuole pubbliche) di alta qualità. Il fenomeno è noto da tempo, ma ora il documentario di Davis Guggenheim, Waiting for «Superman», lo sta imponendo all’opinione pubblica americana.
Il mio timore è che, senza interventi correttivi seri, noi ci avvieremo nella stessa direzione: lo mostra il fatto che non solo le famiglie abbienti mandano i propri figli in scuole straniere, ma li mandano anche, come ho già ricordato, in buone scuole private italiane. Rispetto ai tempi in cui le scuole private raccoglievano i figli dei ricchi che non riuscivano a sostenere la severità dei buoni licei pubblici, la situazione sta cambiando rapidamente, un po’ perché la qualità di molte scuole private sta aumentando (la domanda stimola l’offerta), un po’ perché la qualità di quelle pubbliche sta declinando. Declina perché l’ingresso massiccio dei figli degli immigrati le ha trovate impreparate (le scuole private hanno il «vantaggio», si fa per dire, di averne molto pochi, un po’ per scelta, ma soprattutto per le rette che applicano). Declina perché il continuo succedersi di riforme confuse ha fatto venir meno un profilo formativo chiaro dei diversi tipi di scuola media superiore. Declina perché non si è riusciti a trovare rimedio a un problema organizzativo non facile, ma importantissimo, quello della rotazione di docenti precari a inizio d’anno. Declina perché non c’è stato controllo sulla qualità dell’insegnamento e sul rigore delle valutazioni degli studenti. Declina perché le remunerazioni dei docenti sono inadeguate ad attrarre personale qualificato e le risorse per le singole scuole sono scarse e soprattutto incerte. Declina perché non si riesce a insegnare l’inglese come avviene in altri Paesi, in modo che i ragazzi arrivino all’università con una conoscenza sufficiente di questa lingua, scritta e parlata.
Credo che siano questi i motivi per cui i genitori che se lo possono permettere mandano i loro figli a scuole private, italiane o straniere, che percepiscono come migliori, non di rado sbagliando: la mia impressione è dunque che non sia la crisi dall’identità nazionale la spiegazione principale del fenomeno, bensì la ricerca della qualità, in un contesto in cui genitori sono sempre più consapevoli che è soprattutto l’istruzione a influire sul successo dei figli. A differenza degli Stati Uniti, da noi il fenomeno è ancora agli inizi e arrestarlo prima che degeneri, prima che si crei un apartheid intollerabile, rientra ancora nelle nostre possibilità.
Il Corriere della Sera del 13 ottobre 2010
Non so però se sia giusto stabilire un legame tra questa impressione e la crescente frequenza di ragazzi appartenenti a ceti sociali elevati in scuole medie straniere, in Italia o direttamente all’estero («Gli espatriati della scuola», Corriere del 9 ottobre). Per affermarlo mancano indagini sul fenomeno e mancano studi che lo connettano alla crescente percezione dei genitori — sono loro che scelgono le scuole — che il nostro sia un Paese in crisi, al disinteresse per l’arte, la storia, la letteratura italiane, alla convinzione che il futuro, per l’Italia, sia molto oscuro.
Da tempo Galli della Loggia esprime una preoccupazione che condivido per il declino del senso di identità nazionale: ma è il fenomeno dell’iscrizione a scuole straniere conseguenza di questo declino o è dovuto a cause più concrete e operanti anche in altri Paesi? Impressione per impressione, la mia è che sia la caduta di qualità della scuola pubblica la principale causa del fenomeno che Galli della Loggia lamenta e l’intervista ad Andrea Guerra, amministratore delegato di Luxottica, pubblicata domenica scorsa, la conferma: l’iscrizione a scuole straniere è soprattutto la manifestazione di una strategia di ricerca della qualità, di alternative alla scuola pubblica, da parte delle famiglie che se lo possono permettere. Una manifestazione analoga all’iscrizione in buone scuole private, italiane, non straniere. In un contesto di declino della qualità ben più grave del nostro, questo è il motivo che ha condotto, negli Stati Uniti, a una radicale separazione, a un vero e proprio apartheid, tra un sistema scolastico pubblico, di massa e degradato, e un sistema di scuole private (e di poche scuole pubbliche) di alta qualità. Il fenomeno è noto da tempo, ma ora il documentario di Davis Guggenheim, Waiting for «Superman», lo sta imponendo all’opinione pubblica americana.
Il mio timore è che, senza interventi correttivi seri, noi ci avvieremo nella stessa direzione: lo mostra il fatto che non solo le famiglie abbienti mandano i propri figli in scuole straniere, ma li mandano anche, come ho già ricordato, in buone scuole private italiane. Rispetto ai tempi in cui le scuole private raccoglievano i figli dei ricchi che non riuscivano a sostenere la severità dei buoni licei pubblici, la situazione sta cambiando rapidamente, un po’ perché la qualità di molte scuole private sta aumentando (la domanda stimola l’offerta), un po’ perché la qualità di quelle pubbliche sta declinando. Declina perché l’ingresso massiccio dei figli degli immigrati le ha trovate impreparate (le scuole private hanno il «vantaggio», si fa per dire, di averne molto pochi, un po’ per scelta, ma soprattutto per le rette che applicano). Declina perché il continuo succedersi di riforme confuse ha fatto venir meno un profilo formativo chiaro dei diversi tipi di scuola media superiore. Declina perché non si è riusciti a trovare rimedio a un problema organizzativo non facile, ma importantissimo, quello della rotazione di docenti precari a inizio d’anno. Declina perché non c’è stato controllo sulla qualità dell’insegnamento e sul rigore delle valutazioni degli studenti. Declina perché le remunerazioni dei docenti sono inadeguate ad attrarre personale qualificato e le risorse per le singole scuole sono scarse e soprattutto incerte. Declina perché non si riesce a insegnare l’inglese come avviene in altri Paesi, in modo che i ragazzi arrivino all’università con una conoscenza sufficiente di questa lingua, scritta e parlata.
Credo che siano questi i motivi per cui i genitori che se lo possono permettere mandano i loro figli a scuole private, italiane o straniere, che percepiscono come migliori, non di rado sbagliando: la mia impressione è dunque che non sia la crisi dall’identità nazionale la spiegazione principale del fenomeno, bensì la ricerca della qualità, in un contesto in cui genitori sono sempre più consapevoli che è soprattutto l’istruzione a influire sul successo dei figli. A differenza degli Stati Uniti, da noi il fenomeno è ancora agli inizi e arrestarlo prima che degeneri, prima che si crei un apartheid intollerabile, rientra ancora nelle nostre possibilità.
Il Corriere della Sera del 13 ottobre 2010
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